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Arrivederci Alvisi…

Per me è sempre stato il Signor Alvisi. Non sono mai riuscito a dargli del Tu. Da sempre è stato così. Dai primi approcci a Vicenza all’esperienza di Schio. E’ stato un padre: spesso esigente, spesso solidale, spesso critico, spesso luce e consiglio, spesso crudo, spesso tenero. Un Padre, appunto. E sempre sincero. Mi ha guidato e mi ha parlato coerentemente, attaccato alla realtà e non alla forma, in un mondo che troppe volte privilegia quest’ultima. Era il Signor Alvisi. Attaccato alla vita e al basket fino a fonderli assieme, incapace, meravigliosamente incapace di abdicare all’età e alla fatica nel suo regno fatto di precisione, di intransigenza organizzativa, di metodo e conoscenza della vita e della pallacanestro. La sua bella casa, la sua famiglia, la sua pallacanestro. Ricordo la telefonata dall’ospedale in cui era ricoverato all’insorgere della malattia: mi chiamò lui, non sapevo nulla. E mi fece quasi coraggio. Lui, come sempre; come quando mancò mia madre che con loro, la famiglia Alvisi, vedeva le partite a Schio. E magari ridevano e magari si ritrovavano in sede poco prima a parlottare, a esorcizzare la tensione. Cose semplici, come il suo piacere di stare a tavola in compagnia, come la sua attenzione mai troppo sfumata per la sua terra e per il mare. Ha vinto tanto, ha lottato tanto, ha guidato tanto nel suo peregrinare Vicenza-Schio-Vicenza con l’Alfa di una volta. Il libro dei ricordi, quello che chiamiamo in causa in queste occasioni, è alto 10 piani. E non sono solo pagine belle, magari ci sono pagine anche bianche scritte con quell’invisibile inchiostro della “non riconoscenza”; ma sono solo poche righe che appartengono in fondo all’animo di ogni essere umano imperfetto. Come tutti.

Nella foto che pubblico, che è passata in tanti post, articoli e ricordi in fondo c’è tutta la sua vita: una coppa, una delle tante, innumerevoli vinte o celebrative di scudetti,un pallone da basket, quello che ha visto migliaia di volte rimbalzare sul campo in allenamenti, partite, in Italia, all’estero. Le foto delle sue squadre, dei suoi “amori” e delle sue speranze e certezze. E dietro, in secondo piano, disegni. Disegni di bambini: dei suoi nipoti. La sua famiglia adorata, le sue figlie di cui era e sarà sempre orgoglioso. In fondo il suo animo sempre fresco e fanciullo, mantenuto tale su milioni di chilometri percorsi in macchina, in treno e in aereo; leggendo libri, e interminabili partite a carte. Il “fanciullino” che resisteva tale dietro la sua maschera a volte spigolosa, ma sempre schietta. Lui, su e giù per l’Europa, l’Italia, il Mondo. Oggi lo accompagneranno per il suo “ultimo viaggio”, come amiamo dire quaggiù. Ma “lassù” saran già tutti sull’attenti a recepire le indicazioni per l’organizzazione del nuovo campionato, quello degli angeli, dei tanti che amano pallacanestro, che troveranno un organizzatore perfetto e un Uomo che lascia un gran vuoto tra noi ancora terreni. La speranza è che il suo esempio non vada disperso, che il suo amore per il basket alimenti sempre la speranza che questo sport torni ad elevarsi e a “chiamare”, forte e pulito. In fondo Francesco era anche questo.

Ciao “Signor” Alvisi….

 

Il suo Giovanni

Giovanni Lucchesi
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